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Il conflitto Usa-Cina e la salvezza del pianeta 

Solo una cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe concentrare gli sforzi su come salvare il pianeta e migliorare le condizioni di vita dell’umanità. Invece la nuova ondata di globalizzazione si va orientando con due sfere d’influenza mentre crescono le tensioni in campo economico, tecnologico e militare.

La crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, nell’ambito di una rapida ascesa del paese asiatico nel campo economico, tecnologico, militare, è diventato da tempo il tema dominante della politica mondiale. Qui di seguito presentiamo alcuni aspetti relativi alle caratteristiche e all’evoluzione di tale rivalità, facendo ricorso ad alcune analisi recenti. 

I rapporti Cina-Stati Uniti in un volume importante

Il crescente peso della Cina sulla scena economica, tecnologica, politica, mondiale si è riflesso sull’editoria di gran parte dei paesi. Negli ultimi tempi sono ormai decine i libri che vengono pubblicati ogni mese su tale soggetto e solo nel mondo occidentale. Una parte di queste pubblicazioni sono dedicate in specifico ai rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti: molti non hanno alcun valore, né sul piano scientifico, né su quello divulgativo, spesso segnati solamente da una violenta polemica anticinese, ma alcuni sono degni di nota, che siano favorevoli o meno alla politica di Pechino. Tra questi segnaliamo un testo relativamente recente di Kishore Mahbubani (Mahbubani, 2020), purtroppo non tradotto in italiano.

L’autore è originario di Singapore, un luogo fisicamente non lontano dalla Cina, ma culturalmente in bilico tra Occidente e Oriente, quindi un punto di osservazione privilegiato. Mahbubani, diplomatico e studioso, conosce molto bene sia la Cina che gli Stati Uniti e si pone in un atteggiamento di equilibrio critico nei confronti dei due attori. A nostro parere, il suo appare il più interessante testo pubblicato di recente sull’argomento.

La trama di fondo del volume è costituita appunto dall’analisi delle relazioni tra Usa e Cina, individuando le linee di faglia nei loro rapporti, i rischi di uno scontro, i punti di forza e di debolezza dei due contendenti. 

Egli valuta in maniera molto acuta gli errori strategici e i pregiudizi dei due campi. Il risultato del conflitto, afferma l’autore, dipenderà dalla capacità dei due contendenti di capire e di rispettare le profonde differenze nelle due civiltà che si sono costruite in centinaia se non in migliaia di anni. La cosa migliore sarebbe che le due società cooperassero tra di loro, concentrandosi nel compito di salvare il pianeta e migliorare le condizioni di vita dell’umanità, compresa quella dei loro popoli. La domanda finale del volume non è quella se vincerà la Cina o gli Stati Uniti (dilemma presente nel titolo del libro), ma se vincerà l’umanità.

Il nostro riassunto del testo di Mahbubani può apparire banale, ma certamente molte delle sue analisi di tipo politico, economico, anche militare, appaiono di rilevante interesse.

Il decoupling

Il conflitto tra i due paesi ha raggiunto livelli ormai molto pericolosi. E’ stato avviato in sordina già da Obama con la sua strategia Pivot to Asia, per poi manifestarsi in maniera forte con Trump, sino a raggiungere forme parossistiche con Biden. Evidentemente nessuno di loro ha letto il volume di Mahbubani, o se lo ha fatto non lo ha gradito molto. 

Dietro tale conflitto si può percepire la volontà di impedire che la Cina superi gli Stati Uniti sul fronte economico, tecnologico, politico, militare. D’altro canto, gli Usa non riescono a comprendere come un paese non democratico, nel quale anche l‘economia è guidata dallo Stato, dove le imprese pubbliche hanno un ruolo molto importante, riesca a rivaleggiare con la loro economia aperta, collocata in una società libera. Per loro è inconcepibile, la loro ideologia non lo consente. Infine anche la macchina militare-industriale, che è sempre alla ricerca di nemici per alimentare la sua voracità di spesa, trova nella Cina e nella Russia i nemici ideali per autosostentarsi. Il parlamento Usa ha appena approvato un budget militare per il prossimo anno di un importo mai visto, di qualche decina di miliardi di dollari più elevato di quanto avesse chiesto lo stesso presidente, che pure non è tenero con i due paesi.

Nell’ambito di tale rivalità, è stato Trump che ha avviato l’idea di un decoupling dell’economia Usa, e magari anche di quella degli altri paesi occidentali, dalla Cina. L’ex-presidente è arrivato ad un certo punto ad auspicare che tutte le imprese statunitensi insediate in Cina chiudessero i loro impianti nel paese, cosa che queste ultime si sono per la gran parte ben guardate dal fare.

Da allora i provvedimenti contro la Cina non hanno cessato di ampliarsi. Si sono aumentati anche in maniera molto elevata i dazi all’importazione, si è bloccata l’esportazione di tecnologie avanzate, spingendo anche i paesi alleati a fare lo stesso, si è cercato di bloccare aziende come Huawei, si sono imposte limitazioni ad un numero crescente di imprese del paese asiatico, si è richiesto nella sostanza a quelle quotate a Wall Street di abbandonare la Borsa del paese, e così via.

Le conseguenze del decoupling

I risultati del decoupling sono stati, in linea generale, abbastanza deludenti per gli Stati Uniti, nonostante siano venuti di rinforzo anche alcuni alleati, che, come il Giappone e la Corea del Sud, hanno varato provvedimenti per favorire il rientro in patria delle loro imprese dalla Cina.

Così il commercio Cina-Usa ha continuato a fiorire nonostante i dazi e quest’anno si avvia a battere di gran lunga tutti i record, nonostante il Covid e i problemi logistici (congestione dei porti, mancanza di container, ecc.), mentre gli investimenti diretti stranieri nel paese asiatico sono continuati a crescere e la Cina è ormai la prima destinazione degli stessi.

Le conseguenze della politica americana non sono state trascurabili, delineandosi in qualche modo alla fine un quadro piuttosto articolato, come indicavamo già in un articolo apparso più di un anno fa su questo stesso sito (Comito, 2020). 

Così le imprese che avevano una presenza produttiva nel paese con l’obiettivo di collocare in loco i loro prodotti, non hanno manifestato nessuna intenzione di lasciare; pensiamo, in particolare, a comparti come l’auto o il lusso, in cui la Cina è di gran lunga il primo mercato al mondo. Il discorso appare un poco diverso per quelle società che erano presenti in Cina magari solo per ragioni di costi, per poi esportare i prodotti verso i mercati esteri, e in questo caso qualche movimento si è registrato. Anche molte imprese cinesi hanno teso contemporaneamente a delocalizzare certe produzioni a bassa tecnologia e ad alto contenuto di lavoro. 

Lo scoppio del Covid, con la constatazione di una troppo forte dipendenza dal paese asiatico in settori come quello sanitario, ha anche spinto diversi governi a cercare di ridurre le distanze delle reti di fornitura, anche se in questo caso i risultati sono apparsi modesti, perché i vantaggi in termini di efficienza, di costi e di livello di servizio della Cina sono molto forti.

Si è registrato comunque di recente un qualche mutamento, anche se non troppo rilevante, con la tendenza da parte delle imprese cinesi a privilegiare dal punto di vista geografico le attività economiche rivolte ai paesi del Sud-Est asiatico, con una minore enfasi rispetto a quelli occidentali.

Negli ultimi tempi sembra delinearsi una spinta alla separazione in due blocchi distinti, americano e cinese, dell’attività in alcuni settori specifici, quali l’area internet, la finanza (si veda meglio più avanti), le tecnologie avanzate. 

Naturalmente appare difficile prevedere cosa succederà nei prossimi anni, in presenza di crescenti tensioni politiche tra gli Stati Uniti e l’Occidente in generale da una parte e la Cina dall’altra.  

Una riflessione dell’Economist

Riflettendo ancora sullo stato del decoupling, un recente articolo di The Economist (The Economist, 2021), sottolinea come l’approccio statunitense volto alla chiusura degli scambi con la Cina in alcuni settori sensibili spingerà in realtà la Cina a sviluppare più fortemente e più velocemente il suo know-how interno in tali aree, minando alla fine la preminenza Usa. Il settimanale racconta poi come la Cina stia ora perseguendo essa stessa, almeno nel campo finanziario, una strategia di “decoupling asimmetrico”. In questo settore Pechino da una parte sta riducendo la sua dipendenza dall’Occidente, rendendo ormai difficile alle imprese cinesi di quotarsi a Wall Street e chiudendo alcuni buchi nella legislazione che permettevano alle imprese cinesi di fare operazioni spericolate passando per i paradisi fiscali, mentre dall’altra sta cercando di aumentare la dipendenza dell’Occidente dalla Cina, aprendo sempre di più il suo mercato interno e incoraggiando le banche e le altre istituzioni finanziarie occidentali a penetrarvi. 

Queste ultime non possono certo dire di no, ottenendo in effetti con tali aperture l’accesso alle vaste dimensioni del mercato cinese. Così, commenta il giornale, la Cina spera di ottenere il meglio dei due mondi, l’accesso ai fondi globali e al know-how occidentale, ma sotto la sua supervisione diretta. 

Tale tipo di strategia si starebbe estendendo, secondo il giornale, ora anche ad altri settori, quali quelli delle materie prime e dei semiconduttori. 

Verso un processo di reglobalizzazione?

Le tendenze al decoupling vanno anche inserite nelle spinte all’evoluzione nei processi di globalizzazione. Tra l’altro un articolo apparso sul Financial Times in questi giorni ci aiuta a intravedere quello che sta succedendo (Tett, 2021).

La parola globalizzazione, ci ricorda l’articolo, appare strettamente legata, sino ad essere un sinonimo, con quelle di americanizzazione e di Washington Consensus. Potremmo anche aggiungere che essa può essere associata anche ad altre conseguenze, quali ad esempio un indebolimento delle forze del lavoro in tutti i paesi occidentali. 

Ma le cose stanno cambiando. L’articolo ricorda come il successo folgorante e mondiale di una serie tv coreana (The Squid Game), o quelli della società cinese Shein nella moda e di Tik Tok nei social, anche in America (ricordiamo anche il primato nel mondo di Huawei nel 5G, frenato dalle politiche ostili Usa), o anche infine il successo della Belt and Road Initiative cinese in Asia e Africa, indicano su vari piani che le cose stanno cambiando rapidamente. 

L’articolo sottolinea a questo punto come non stiamo andando verso una spinta alla deglobalizzazione, come sostenuto da molti, se consideriamo ad esempio che l’indice DHL che misura il livello dell’integrazione globale si collocava alla fine del 2020 alla cifra di 124, contro un livello base che era di 100 nel 2000. Semmai, aggiunge il quotidiano, ci stiamo dirigendo verso un processo di globalizzazione su nuove basi (che possiamo chiamare di riglobalizzazione), nel quale il ruolo degli Stati Uniti non è più dominante e si deve confrontare con l’emergere di diversi nuovi attori, alcuni dei quali tenderanno ad avere un ruolo di guida e di orientamento.    

Due rapporti recenti del Belfer Center di Harvard

Nel dicembre del 2021 il Belfer Center for Science and International Affairs della Harvard Kennedy School ha pubblicato due rapporti di ricerca, il primo sullo stato della rivalità Usa-Cina sul fronte tecnologico, il secondo su quello militare (Allison ed altri, 2021; Allison, Glick-Unterman, 2021). 

I risultati delle due ricerche registrano in particolare i grandi progressi recenti della Cina su ambedue i fronti, con straordinari salti in avanti e il suo porsi in grado di raggiungere gli Stati Uniti ed anche di superarli in un prossimo futuro. 

In maggiore dettaglio, per quanto riguarda il primo tema, il rapporto ricorda come la Cina sia diventata un serio concorrente degli Stati Uniti nelle tecnologie fondamentali del XXI secolo: intelligenza artificiale, scienze quantistiche, biotecnologie, energia verde, semiconduttori. In alcune di queste il paese asiatico è già diventato il numero 1, in altre, continuando gli attuali trend, supererà entro il prossimo decennio gli Stati Uniti.  

Per quanto riguarda i temi militari, il secondo rapporto constata come l’era della supremazia Usa sia finita e come sia la Cina che la Russia siano ormai seri rivali e come abbiano ormai raggiunto la parità con gli Stati Uniti in diversi campi. Infine, il rapporto sottolinea come, se ci fosse una guerra limitata a Taiwan o lungo la periferia geografica cinese, gli Stati Uniti ne uscirebbero probabilmente sconfitti.   

I due rapporti, cosa ad oggi ancora non del tutto comune in America, cercano di riconoscere la verità dei fatti riguardanti la tendenziale, potenziale, supremazia cinese e invitano la classe dirigente statunitense a prendere atto che la supremazia del loro paese volge al termine, anche se non indicano cosa bisognerebbe fare.

Conclusioni

L’ascesa apparentemente inarrestabile della Cina sulla scena mondiale e la scarsa volontà degli Stati Uniti di accettare tale fatto, dovendosi così registrare un crescente antagonismo tra le due potenze, sono al centro del dibattito e dei conflitti a livello planetario. Il problema cruciale dei nostri giorni sembra essere da una parte quello che ci troviamo in una fase molto pericolosa della storia del mondo e dall’altro quello di riuscire ad evitare il rischio di arrivare ad una guerra aperta, evento le cui probabilità non sono da sottovalutare (The editorial board, 2021). La questione per gli Stati Uniti e l’Occidente appare allora la necessità di valutare correttamente quanto e come accomodare la crescente potenza e la crescente ambizione del paese asiatico (The editorial board, 2021).

Una parte almeno della classe dirigente statunitense, ma ancora minoritaria, sembra ormai propensa ad accettare la realtà dei fatti e a cercare un compromesso con la potenza asiatica, ma essa rimane apparentemente al momento relativamente isolata e questo pone un problema molto rilevante.

 

Testi citati nell’articolo

-Allison G. ed altri, The great tech rivalry: China vs the U.S., Belfer Center, Harvard Kennedy School, Boston, Mass., dicembre 2021

-Allison G., Glick-Unterman J., The great military rivalry : China vs the U.S., Belfer Center, Harvard Kennedy School, Boston, Mass., dicembre 2021  

-Comito V., Ancora sull’ipotesi di decoupling Cina-Usa, www.sbilanciamoci.info, 17 ottobre 2020

-Mahbubani K., Has China won? The chinese challenge to american primacy, PublicAffairs, New York, 2020, 310 pagine, 30,39 euro

-Tett G., What « Squid Game » tells us about the changing face of globalisation, www.ft.com, 23 dicembre 2021

-The Economist, Asymmetric decoupling, 11 dicembre 2021

-The editorial board, Averting the risk of a China-US conflict, www.ft.com, 22 dicembre 2021